Complimenti al giovane Zotti, campione anche fuori dallo sport

La Pallacanestro Forlì 2.015 unitamente ai vertici del Settore Giovanile biancorosso si congratula con il classe 2009 Lorenzo Zotti e non per una nuova convocazione in Azzurro o per un traguardo sportivo, bensì per un importante riconoscimento scolastico.

Lorenzo, che ha appena concluso il secondo anno al Liceo Scientifico “Fulcieri” di Forlì, si è infatti aggiudicato il primo premio nella seconda edizione del concorso letterario organizzato dal Rotary Club Forlì alla memoria della professoressa Daniela Bergossi, aperto agli studenti di tutte le classi, dalle prime alle quinte. L’elaborato di Lorenzo dal tema “Magie di parole”, primo classificato, sarà presto pubblicato sul sito internet del Liceo “Fulcieri Paulucci di Calboli” al seguente link: https://www.liceocalboli.edu.it/premio-letterario-daniela-bergossi/.

Contestualmente al riconoscimento di Zotti, che si è così aggiudicato un premio del valore di 800€, si rende noto che la Fondazione Pallacanestro 2.015 Forlì ha assunto la decisione di riconoscere al ragazzo un premio di pari importo. D’ora in avanti, inoltre, qualora un tesserato del settore giovanile vincesse un premio istituito dal Rotary Club Forlì, da sempre attento alle dinamiche scolastiche dei giovani atleti agonisti delle nostre squadre, la Fondazione ne riconoscerebbe uno del medesimo importo.

Congratulazioni a Lorenzo, campione di basket e anche di penna.

Qui di seguito l’elaborato di Lorenzo:

La Libreria delle Parole Perdute 

Pioveva forte quella sera, e le gocce battenti contro i vetri sembravano scandire il tempo, lento e malinconico. Luca camminava a testa bassa per le strade bagnate, con lo zaino sulle spalle e un peso ancora più grande nel petto. Non era un libro, né un quaderno: era una frase. Una frase che non riusciva a scrollarsi di dosso.

«Non vali nulla.»

Erano bastate tre parole, arrivate in un messaggio secco, a svuotargli la giornata. E più cercava di distrarsi, più quelle parole tornavano, come un’eco maledetta. Senza rendersene conto, i suoi passi lo portarono davanti a un negozio che non aveva mai notato prima, una piccola libreria con l’insegna sbiadita: “La Libreria delle Parole Perdute”. La porta era socchiusa e, spinto dalla curiosità, entrò. Dentro c’era un odore di carta antica e legno, e un silenzio che sembrava custodire migliaia di segreti. Dietro il bancone, un’anziana signora dai capelli argento lo osservava con un sorriso gentile.

«Cercavi qualcosa, ragazzo?»

Luca esitò, poi scrollò le spalle. «Forse sì. O forse ho solo bisogno di dimenticare delle parole.»

La signora lo invitò ad avvicinarsi e, con mani lente ma sicure, tirò fuori da sotto il bancone un vecchio libro senza titolo. Lo aprì su una pagina ingiallita e lesse a voce alta:

“Le parole sono la forma che diamo al mondo. Possono costruire ponti o innalzare muri. Possono essere lame o carezze.”

Luca si sentì come se, per la prima volta quel giorno, qualcuno avesse capito cosa stava provando. La donna chiuse il libro e lo guardò negli occhi.

«Vedi, ragazzo, le parole che ricevi e quelle che scegli di usare non sono mai soltanto suoni. Sono mattoni invisibili. Qualcuno oggi ti ha lanciato una pietra. Ora tocca a te decidere se lasciarti colpire o costruirci sopra qualcosa di nuovo.»

Mentre parlavano, entrò in libreria un altro cliente: una ragazzina, che cercava un libro per consolare la sua migliore amica dopo un litigio. La libraia le consegnò una piccola raccolta di poesie.

«Per ogni ferita, esiste una parola giusta per curarla,» disse, porgendole il volume.

Luca rimase colpito da quella frase. Tornò a guardarsi intorno: ogni scaffale sembrava custodire un’emozione, un pensiero, un universo intero racchiuso in poche pagine. Gli venne in mente il nonno, che da bambino gli raccontava sempre di come un libro fosse più potente di qualsiasi macchina.

«I libri sono la prova che le parole non muoiono mai,» gli diceva. «Gli uomini passano, ma le storie restano.»

Quella sera, tornato a casa, Luca non si rifugiò nei videogiochi o nella musica come faceva di solito. Prese un quaderno e cominciò a scrivere. Scrisse tutto: la rabbia, la tristezza, la solitudine. Ma poi, quasi senza accorgersene, cominciò a scrivere anche altro. Ricordò i “ti voglio bene” detti dalla sua amica Sara, le parole incoraggianti dei suoi genitori, persino le storie inventate dal nonno. E mentre scriveva, capì: non era solo la frase cattiva di quel messaggio a definire chi fosse. Le parole erano ovunque, ogni giorno. Quelle brutte, certo, ma anche quelle belle. E lui aveva il potere di scegliere quali tenere e quali lasciare andare. Il giorno dopo, tornò alla libreria. Trovò la signora ad attendere, come se sapesse che sarebbe tornato.

«Hai capito il segreto, vero?» chiese lei, porgendogli un foglio bianco.

Luca sorrise. «Le parole sono magia.»

«Esatto,» rispose lei, accennando un cenno d’approvazione. «E tu, come ogni persona, puoi scegliere se usarle per costruire o distruggere.»

Da quel giorno, Luca cambiò. Non smise di ricevere parole cattive, perché la vita è fatta anche di quelle, ma imparò a non lasciarle vivere dentro di sé. E scoprì, scrivendo, leggendo e parlando con chi amava, che le parole giuste, dette al momento giusto, potevano essere la luce più forte nei giorni più bui. Crescendo, tenne fede a quella lezione. Ogni volta che qualcuno gli confidava una tristezza, cercava di trovare la frase giusta per alleggerirgli il cuore. Quando scriveva, immaginava le sue parole come piccoli semi, capaci di fiorire nell’anima di chi le avrebbe lette. E, anche quando la signora della libreria non ci fu più, Luca sapeva che le sue parole sarebbero rimaste. Perché le parole, quando toccano qualcuno, non muoiono mai.