“In fin dei conti sono i miei dodici figliocci, e quindi voglio che siano sempre al cento per cento”. Le parole sono quelle di un “babbo” e chi le pronuncia è Marcello Lughi, medico ortopedico della Pallacanestro 2.015: è lui che si occupa di valutare gli infortuni e seguire i ragazzi biancorossi, sia la domenica durante la partita, sia durante la settimana.
“È il mio terzo anno alla Pallacanestro 2.015, e la crescita di risultati che c’è stata sul campo è coincisa anche con la mia crescita come professionista” – continua Marcello – “Da quando ho cominciato a seguire la squadra, mi sono documentato e appassionato alla traumatologia sportiva: le mie competenze sono aumentate, grazie anche agli stimoli che mi danno i ragazzi e al fatto di dovermi aggiornare costantemente sulle patologie che mi trovo a dovere gestire”.
Marcello segue costantemente la squadra durante la settimana e si interfaccia con il fisioterapista Lorenzo Cordara: “Ho avuto il piacere di conoscere Lorenzo già lo scorso anno, nel corso di un convegno che si è tenuto a Londra. Siamo in contatto costante, e tra noi è nata una bella collaborazione: nel caso ci siano situazioni da valutare, lui mi sottopone i casi, insieme ci confrontiamo e cerchiamo di trovare la soluzione ideale per seguire il giocatore. Mi fido ciecamente di lui, e so bene che per problemi più “lievi” può agire in autonomia”.
Un ruolo importante, quello del “doc”, che in alcuni momenti deve essere anche molto legato all’aspetto mentale: “Non ho la velleità, né le competenze, di fare lo psicologo e non mi permetterei mai di sostituirmi ai professionisti del settore. Però può succedere che durante la partita i giocatori, presi dall’adrenalina, abbiano bisogno di una parola in più e di essere confortati: in quel momento, le mie parole possono essere un aiuto in più per tranquillizzarli in caso abbiano preso botte o traumi che loro pensano siano più gravi di quello che sono realmente”.
Professionista, ma anche appassionato e tifoso: “Mi infervoro come pochi quando sono in panchina, ma so che devo rimanere calmo per il ruolo che ricopro… Vivo la squadra con grande empatia, e sono felice quando le cose vanno bene perché so quanta fatica fanno i ragazzi durante la settimana, e quanta abnegazione mettono nel loro lavoro”.
E fuori dal campo: “Sono un romagnolo vero, non annacquato, con tutto quello che ne consegue…”, sottolinea Lughi, ovviamente con il sorriso. Passione, professionalità, e la soddisfazione di fronte ad un “grazie doc” detto dai ragazzi: la riconoscenza più grande per un babbo, che arriva da quelli che lui ama definire i suoi “dodici figliocci”.
















